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Ricette di gioventù e tavole rotonde

ricette di gioventu e tavole rotonde

Ma voi  ricordate la vostra prima esperienza fuori casa?

Dico quella da universitario, quella che non vedevi l’ora di cominciare, quella che “come si fa una lavatrice?”, quella che ogni sera una festa, quella che ogni giorno nuove conoscenze, quella che non hai pensieri se non di svegliarsi per andare a lezione, quella che ti mancano i profumi della domenica, quella che chiami mamma per chiederle la ricetta della torta che ti preparava il giorno del tuo compleanno, quella che la domenica non fai colazione ma pranzi alle quattro del pomeriggio, quella che ti devi arrangiare, quella che ti ha fatto crescere.

Da studente ti portavi dentro il ricordo dei buoni piatti di casa, mentre inesorabilmente vivevi di stenti il presente. E sapete qual era l’ingrediente salva vita dello studente fuorisede? Il Tonno! Pasta col tonno, insalata col tonno, tonno e mais, pane e tonno. Insomma quella scatoletta poteva dare soddisfazioni insieme alle tanto amate spinacine del supermercato. Nella quotidianità studentesca i piatti sono semplici, economici e poco fantasiosi perché, fondamentalmente, lo studente fuori sede è un essere pigro.

Le occasioni per spingersi in performance culinarie erano centellinate e motivate da giusta causa (far bella figura con i nuovi coinquilini,  avere la stima dei compagni di università, far colpo su un nuovo tipo/a)  anche perché quello voleva dire tirar fuori le provviste. Eh già… quelle provviste della nonna, della mamma, della zia che ti caricavi al rientro dalle feste di Natale, dove sembravi un Babbo Natale col valigione anziché col sacco e dove c’era magicamente di tutto. Quelle cene erano un successo assicurato, si caricavano di un profumo intenso, di magia. Erano un vero e proprio melting pot alimentare tra risate e scambi culinari, di persone che incrociavano le proprie vite in una città che non era la loro. Fu in quelle occasioni che capii che il cibo è integrazione, che il cibo unisce le culture. Non potrò mai dimenticare le cene con ricette tipiche della coinquilina austriaca, siciliana, turca, americana, inglese, i pranzi della mia amica di università peruviana. Se ho imparato ad apprezzare le cucine e le tradizioni di altri popoli è solo grazie a loro.

Nuove forme di convivialità

Crescendo le abitudini cambiano, le esigenze cambiano, ma ti è rimasta quella voglia, a volte necessità, della convivialità a tavola.

E allora, un po’ grazie ai primi stipendi al posto del sostentamento dei genitori, un po’ complici anche tutte queste trasmissioni culinarie e bombardamenti mediatici sul cibo “figo”, cerchi anche tu di affinare il palato. Ad un certo punto ti rendi conto di vivere a Bologna, “la grassa, la dotta e la rossa”, città piena di trattorie ad ogni angolo, in ogni strada e pensi che forse finora non hai conosciuto la vera cucina emiliana e vorresti provarle tutte. Iniziai così ad esplorare le tipicità culinarie della mia città.

Questo percorso di scoperta si è poi via via arricchito in quanto oggi per lavoro viaggio molto, da Trieste in giù, e questo mi ha portato a diventare un’esperta delle cucine regionali. Per noi trasfertisti il momento più desiderato della giornata è la cena, dove ti puoi concedere il ristorante più in perché tanto paga l’azienda, ma attenzione a non sforare il budget, eh!

Girando ho imparato che i piatti che all’apparenza possono sembrare i più semplici in verità sono quelli più sofisticati per la preparazione che richiedono, per la cura degli ingredienti che utilizzano, per il tempo di lavorazione. Dove nulla è lasciato al caso. Da ogni viaggio mi porto un ricordo che può essere una bottiglia di un’ottima falanghina da Benevento, o una bottiglia di liquore di Terrano da Trieste (per chi non lo conoscesse, lo consiglio vivamente), un pacco di fregola o di culurgiones (entrambe paste tipiche) dalla Sardegna o il pane Carasau e il pecorino, le sfogliatelle da Napoli, la cassata al forno da Palermo, il pesto di cavallo da Parma, la fileja pasta tipica calabrese insieme alla ‘ndujia e alla liquirizia, i bigoli da Bassano del Grappa, i pasticciotti leccesi, i tonnarelli da Roma, i pici dalla Toscana, le orecchiette e le cime di rape dalla Puglia, i tortelli di zucca e il parmigiano di montagna da Reggio Emilia, i bocconotti e il montepulciano dall’abruzzo, i canederli da Trento…

E così ad ogni rientro ti porti dietro la stanchezza del viaggio ma anche i sapori della regione che ti ha accolto. La tua dispensa si trasforma, accogliendo una variegata quantità di prodotti “tipici”, che non vedi l’ora di condividere, proprio come ai vecchi tempi.

E così è facile che un pranzo o una cena con gli amici divenga un’esperienza multi regionale, multi sapore, multicolore … e stupire tutti con pochi ingredienti ma di ottima qualità.

Ogni piatto ha una sua storia, una sua tradizione che è fatta di fatica, di lavoro, di mani che sperimentano, di commistioni di culture. Dobbiamo essere aperti all’assaggio, non rinchiuderci nel  guscio dei sapori a cui siamo stati abituati da piccoli. Sperimentare e condividere, proprio come permette di fare ucooki, dove ognuno di noi può trovare i sapori dei suoi ricordi o lanciarsi in sorprendenti degustazioni attraverso piatti mai provati. È tale condivisione, come durante gli anni universitari, il mezzo che ci permette di evolvere, conoscere, crescere. Girare il mondo pur stando seduti alla propria tavola.

Condividere piaceri come facevo una volta, da studentessa, quando non viaggiavo ma avevo una tavola rotonda alla quale partecipavano commensali provenienti da tutto il mondo, studenti d’altrove, ospiti erasmus.

Condividere emozioni oggi, da grande, a quella stessa tavola dove porto i profumi e sapori delle mie nuove esperienze, delle mie nuove avventure e intorno alla quale si possono accomodare i nuovi viaggiatori del gusto.

Buon viaggio e bon apetit!